Quando mi sono trasferito, avevo fatto il proposito di non farmi notare. Entrare, uscire, pagare il condominio in orario e sparire nel nulla come un ninja.
Ci ho messo esattamente tre giorni a capire che la missione era fallita.
Il vicino di fronte, un signore sulla sessantina, vestito sempre con la stessa polo blu e le ciabatte di spugna, passava il tempo seduto accanto alla porta di casa sua, con la scusa di “lasciare arieggiare l’ingresso”.
Non parlava. Osservava.
E giudicava, silenziosamente, con lo sguardo di chi avrebbe fatto meglio ogni cosa che stessi facendo io.
Un giorno mi ha visto uscire con una sedia pieghevole e una borsa termica. Un picnic al parco.
Lo sguardo. Incredulo.
Una sera mi ha visto rincasare con una lampada da terra.
Altro sguardo. Disapprovazione lieve.
Una volta mi ha visto stendere i panni in terrazzo con le mollette alternate per colore.
Lì proprio ha sospirato. Forte. Non ha detto nulla, ma si è alzato e ha chiuso la porta con lentezza cerimoniale. Come a dire “non voglio vedere altro”.
Da allora, ogni mia azione quotidiana ha iniziato ad acquisire un peso che non avevo previsto: le scarpe lasciate fuori, il pacco Amazon arrivato di sabato, la piantina grassa mai innaffiata.
Lui c’era. Sempre. A osservare.
Mai offensivo, mai maleducato. Solo silenziosamente… perplesso.
Il momento decisivo è arrivato quando ho montato una piccola mensola all’ingresso. Ci ho messo tre ore, ho fatto 12 buchi per fissarne 4, ho buttato giù mezzo muro.
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