Storia non mia, di un amico, con il quale ho molta empatia perché anche io ho il padre malato.
Il padre di questo mio amico fino all’anno scorso era il tipico omaccione brianzolo, bello robusto e in carne, chioma piena di capelli neri e gran vocione. Ora che è tornato da mesi di ospedale, è totalmente cambiato: magro, capelli grigi e assai diminuiti, spesso è confuso e ha bisogno di farsi ripetere le cose più volte.
Il giorno che il mio socio finalmente lo porta a casa si sporgono i VdI:
“Ah eccolo, come va? Pensavamo che era morto, sarà mica infettivo?”.
Eccerto, perché i tumori ora si attaccano.
“Perle” che l’amico mi ha riferito sono la moglie del VdI che si mette al telefono e si fa sentire a urlare: “Eh sì, è proprio conciato, questo non tira a Natale”, e il VdI stesso che quando viene a trovare – o per meglio dire, a rompere i c*glioni – gli dà pacche sulla spalla e si offende quando gli dicono che non va toccato perché nella sua condizione e fragile come il gesso, poi gli urla nelle orecchie: “Ué sarai mica rinc*glionito eh! Parla un po’ eh!”, anche se gli hanno detto più volte che spesso quest’uomo è in stato confusionale e va lasciato in pace.
Le ultime due volte che l’amico non lo ha fatto entrare, ha fatto l’offeso e poi ha messo la musica a palla in giardino, perché in un modo o nell’altro doveva disturbare.
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