Correva l’anno 2000, io e il mio futuro marito abitavamo a 400 km di distanza e, durante i fine settimana, condividevamo un bilocale di proprietà dei suoi genitori, al primo piano di una palazzo di una trentina di alloggi, che avevamo cominciato a sistemare in previsione del matrimonio.
Al pianterreno c’era un laboratorio di analisi, il che significava che ogni sacrosanto mattino, intorno alle sei e mezza e nonostante il cartello sul portone che indicava a lettere cubitale che apriva alle sette e che l’ingresso era dal cortile, un vecchietto a caso ci citofonasse per sapere a che ora facevano entrare.
Al piano di sopra marito e moglie. Scorbutici come cinghiali ingrugniti, cafoni al limite del sopportabile. Cominciai ad avere problemi già durante i primi giorni.
Trovavo il balcone costellato di cicche di sigaretta e, più di una volta i panni stesi ad asciugare con vistose bruciature. Ero intenzionata a protestare ma il futuro marito, che li conosceva bene, mi dissuase dal farlo. Lei era convinta che tutti le mandassero il malocchio e ogni lamentela avrebbe comportato un rito scaramantico con bacinellate di acqua e olio scagliate dall’alto per ritorcere la fattura.
Mi limitai a spostare lo stendibiancheria verso l’interno e a passare la scopa ogni volta, masticando accidenti.
Dopo qualche mese mi presi una settimana di ferie per scegliere alcuni mobili che ci mancavano, ero arrivata la sera prima e al mattino, intorno alle sette e mezza mentre ancora stavamo dormendo il sonno dei giusti abbiamo sentito lei che urlava disperate richieste di aiuto.
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