Le zone confinanti al complesso appena descritto erano per lo più cantieri e, appunto, aree ex industriali ancora in degrado: spesso questi luoghi diventavano ospitali per prostitute, clienti e tossicodipendenti.

Non a caso la via dove abitavo era conosciuta da tutti come la “via delle puttane”. E quei palazzoni previsti dal piano regolatore servivano per riqualificare la zona.

Nonostante questa nomea era un luogo meraviglioso dove vivere, almeno per i ragazzini.

Eravamo tantissimi, di ogni età, almeno una cinquantina quelli che mi ricordo (o forse il doppio), spesso rumorosissimi e finché non costruirono il parco giochi, era davvero facile prendersi una secchiata d’acqua gelida fatta cadere dall’alto da qualche signora infastidita dalle grida. Oppure capitava di essere inseguiti con la scopa da uno dei due portinai perché “appoggiavamo” un piede sulle aiuole.

Ma non è l’aspetto ludico e spensierato che voglio affrontare.

In quelle case abitavano persone di ogni tipo, per lo più famiglie, ma anche qualche soggetto borderline e qualche altro davvero sinistro e inquietante.

Al terzo piano della scala F abitava un tizio sulla cinquantina, tarchiato, capelli lunghi, mossi e radi, inforcava sempre un paio di occhiali in celluloide marroni e aveva fatto crescere i baffi, come andavano di moda negli anni ‘70 (forse li portava così da allora): era semplicemente il sig. Baffo.

In autunno girava sempre con un impermeabile grigio e passava le giornate nei bar sotto casa, osservando i ragazzini e le ragazzine che giocavano.

Non parlava mai con nessuno, era sempre solo, aveva sempre sottobraccio il settimanale “Oggi” e il quotidiano locale.

Gli adulti dicevano che era un po’ matto, ma che in realtà era buono. Ma che cazzo ne sapevano gli adulti?

Io e altri ragazzini sapevamo che non era vero.

In quegli anni è capitato spesso che qualche ragazzina e anche qualche ragazzino avesse avuto la triste esperienza di salire in ascensore con quello che allora veniva definito “maniaco sessuale”.

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Redazione

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