I più giovani non ricorderanno, ma noi boomer abbiamo avuto tutti (più o meno) un’esperienza che ci ha traumatizzati: la zia, la nonna o la parente con “il divano nuovo”.
Il divano in realtà aveva almeno 10 anni di vita, ma per la nostra parente era una sorta di oracolo con cornice in legno, tutto foderato con un velluto damascato, inserito in un contesto di colori e materiali che oggi, gli esperti di psicologia li riterrebbero dannosi per lo sviluppo cognitivo dei fanciulli.
Il vero problema era che quasi sempre, quei coloracci venivano ricoperti con uno strato di cellophane spesso 2 dita, duro come il marmo e scivoloso come un’anguilla (“altrimenti mi si rovina”) e tu eri costretto a sedere, composto e immobile, sopra quella plastica che in pochi istanti, prima ti si appiccicava addosso, poi diventava, col passare dei minuti, uno degli scivoli dell’ Aquafan.
Ecco, io non avevo la zia, con il divano con 3 strati di cellophane: io avevo la vicina di casa, dove mamma mi lasciava qualche ora, ogni giorno, per poter andare a lavorare.
Così, tutti i pomeriggi, per qualche anno, mi ritrovavo fermo e immobile sul divano, cercando di non muovermi troppo, per non scivolare come una saponetta sotto la doccia.
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