Tutto è cominciato quando il signor Di Blasi ha deciso di comprare un pappagallo.
Nulla di esotico, né coloratissimo. Un comune cenerino grigio, di quelli intelligenti che imparano a imitare suoni e parole.
“Così mi fa compagnia,” aveva detto a voce alta sulle scale, come se stesse parlando con tutti e con nessuno.
Nei primi giorni, Arturo – così si chiamava il pappagallo – sembrava inoffensivo.
Ripeteva parole generiche, tipo “ciao” o “bravo”. Poi ha cominciato a copiare il citofono.
Un “trrrr” identico. Preciso. Con lo stesso ritmo.
Il primo a cascarci sono stato io.
Poi il vicino del primo piano.
Poi la portinaia, che è scesa in ciabatte convinta fosse arrivato il corriere.
Nessuno si lamentava apertamente. Dopotutto era solo un citofono finto.
Poi ha cominciato con altri suoni: lo sciacquone, lo starnuto, il rumore del microonde.
Tutti ripetuti più volte, spesso la mattina presto.
Arturo veniva messo fuori, in balcone, per “prendere aria”. Ma prendeva anche conversazioni, rumori domestici e qualsiasi voce filtrasse dalla tromba delle scale.
Nel giro di un mese sapeva fischiare come il postino, tossire come la signora dell’ultimo piano, e dire “ma porca miseria” con la voce identica a quella del portinaio.
Tutti facevano finta di niente.
Finché una mattina, verso le 6:40, ha cominciato a dire, forte e chiaro:
“Ti ho detto di non rompere i coglioni!”
Con tono maschile. Perfettamente riconoscibile.
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