Sabato pomeriggio. Sono a casa con il piccolo, mentre la mamma è andata a fare un giro con il grande: sono andati a salutare un’amica di mia moglie e a darle la lieta notizia: abbiamo trovato una casa circa 2 mesi fa e abbiamo cominciato a fare i lavori (parecchi lavori, se tutto va bene, ci vorranno ancora 2 mesi prima di trasferirci).

La nostra intenzione è proprio questa: lasceremo questa casa che ho ereditato dai miei genitori e ce ne andremo a una trentina di km da qui, in quella che sarà la nostra nuova casa, fatta come vogliamo noi, in una bella zona.

Abbiamo deciso anche che questa, dove mi trovo ora mentre scrivo la affitteremo e proprio qualche giorno fa abbiamo messo il cartello “affittasi” (a dire il vero l’ha messo l’agenzia a cui ho affidato tutta la questione dell’affitto).

Solo che… non ho fatto i conti con il vicinato!

Questa è una zona residenziale molto tranquilla, una specie di piccolo paradiso non distante dalla città dove vige il “comitato di quartiere” e la “zona sottoposta al controllo del vicinato”.

Non ho mai partecipato alla vita sociale di queste due realtà, ma l’hanno fatto, prima di me i miei genitori. Il loro “capo” è un signore attorno ai 70, egocentrico, intransigente, noto razzista, con una mole imponente e dai movimenti lenti.

Beh, ho detto: il sabato pomeriggio sento suonare alla porta, il piccolo sta facendo un casino. Appena apro la porta mi trovo davanti “lui”: lo sceriffo del quartiere, con tanto di distintivo di latta che lo indica come “responsabile sicurezza nomedelposto”.

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